Se tuo figlio frequenta una classe con compagni nati da famiglie arrivate da altri Paesi, fa parte della scuola italiana reale, non di un'eccezione. Gli studenti con background migratorio sono ormai oltre 930mila, l'11,6% di tutti gli iscritti dall'infanzia alle superiori, secondo la stima della Fondazione ISMU su dati del Ministero dell'Istruzione e del Merito per l'anno scolastico 2023/2024. Circa un alunno su otto, oggi, non ha la cittadinanza italiana: un dato quadruplicato in vent'anni.
Ma il numero, da solo, racconta poco. La parte che conta per te genitore è un'altra: come va a questi ragazzi a scuola, e perché. Perché la risposta smonta due luoghi comuni opposti — quello che li dipinge come un problema per la classe, e quello che finge che non esistano divari. La realtà è più interessante e più utile da capire, soprattutto se vuoi che tuo figlio cresca in una scuola che funziona per tutti. In questo articolo guardiamo i dati ufficiali sulla presenza e sugli esiti, distinguendo chi è arrivato da poco da chi è nato qui, e proviamo a tradurli in qualcosa che ti serve davvero.
Studenti con background migratorio: quanti sono e dove sono nati
Gli studenti con background migratorio nella scuola italiana sono 931.323 nell'anno 2023/2024, pari all'11,6% della popolazione studentesca, secondo il report del Ministero dell'Istruzione e del Merito sugli alunni con cittadinanza non italiana. Il dato più importante è nascosto dentro questo numero: quasi due terzi di loro (il 65,2%, oltre 607mila ragazzi) sono nati in Italia.
Questa è la differenza che cambia tutto. Undici anni prima i nati in Italia erano poco più della metà (51,7%); oggi sono la maggioranza netta. Significa che la categoria "alunno straniero" — definita dalla cittadinanza, non dal luogo di nascita né dalla lingua parlata in casa — comprende soprattutto bambini e ragazzi che hanno frequentato l'asilo a Torino o Reggio Emilia, parlano italiano come lingua dominante e conoscono l'estero solo dalle vacanze dai nonni. Le cinque cittadinanze più rappresentate sono romena, albanese, marocchina, cinese ed egiziana. La presenza è concentrata al Nord: Emilia-Romagna (18,4%), Lombardia (17,1%), Liguria, Veneto e Toscana superano tutte il 15%.
Prima generazione e seconda generazione: due storie diverse
Per leggere gli esiti devi tenere separate due popolazioni che la statistica spesso accorpa. La prima generazione è chi è nato all'estero e si è inserito nel sistema scolastico italiano a percorso già avviato. La seconda generazione è nata in Italia da genitori immigrati: ha fatto tutto il percorso qui, dalla materna in poi.
I nati in Italia da genitori immigrati ottengono risultati scolastici sistematicamente migliori rispetto a chi è arrivato da adolescente, e i divari con i coetanei nativi si restringono man mano che si avanza nel percorso. La Treccani definisce le seconde generazioni proprio come i figli di immigrati cresciuti nel Paese di accoglienza, un gruppo con bisogni e traiettorie distinte da quelle dei genitori. Confondere le due popolazioni produce due errori: sottostimare la fatica di chi arriva tardi e sopravvalutare le difficoltà di chi è cresciuto accanto a tuo figlio fin dalla materna. Tenerle distinte è il primo passo per capire i numeri sugli esiti.
Il ritardo scolastico: il divario più visibile
Il segnale più netto di disuguaglianza è il ritardo scolastico, cioè frequentare una classe inferiore rispetto all'età anagrafica, spesso per bocciature o per un inserimento in una classe più bassa all'arrivo. Tra gli studenti con background migratorio il 26,4% è in ritardo, contro il 7,9% dei coetanei di origine italiana, secondo i dati raccolti da Save the Children nel monitoraggio sulle disuguaglianze a scuola.
Anche qui la generazione fa la differenza. Tra i ragazzi di prima generazione più di uno su sei (il 17,8%) ha ripetuto almeno un anno; tra quelli di seconda generazione scende a poco più di uno su dieci (11,5%), mentre tra gli italiani si ferma al 4,6%. Il ritardo non misura l'intelligenza: misura quanto tempo e quanto sostegno linguistico ha avuto un ragazzo per inserirsi. Chi arriva a dodici anni senza parlare italiano parte con uno svantaggio enorme che non dice nulla sulle sue capacità, ma che il sistema spesso traduce in una bocciatura. È la stessa logica per cui le aspettative degli adulti finiscono per modellare i risultati, un meccanismo che abbiamo raccontato parlando dell'effetto Pigmalione e di come le tue aspettative influenzano i risultati di tuo figlio.
Cosa dicono le prove INVALSI: il caso inglese
Le prove INVALSI offrono la fotografia più granulare. In italiano e matematica gli studenti con background migratorio partono indietro: in seconda primaria il distacco è di oltre venti punti in italiano e di una decina in matematica, come documenta l'analisi di INVALSIopen sui risultati degli alunni stranieri. Ma c'è un'eccezione che dovrebbe farti riflettere: in inglese, questi stessi studenti superano i nativi.
Già in quinta primaria gli alunni di seconda generazione mostrano un vantaggio nelle prove di ascolto in inglese, e alla fine delle medie il distacco a loro favore arriva a una decina di punti. La spiegazione è istruttiva: chi cresce in una famiglia bilingue o plurilingue sviluppa una sensibilità per le lingue straniere che diventa un capitale. Il divario in italiano, insomma, non è un deficit cognitivo ma un effetto della lingua di partenza, e tende a ridursi col tempo — in matematica, in molti casi, scompare del tutto entro le superiori. Questo capovolge il pregiudizio: il "problema" non è il bambino, è la distanza iniziale dalla lingua dell'istruzione.
La scelta della scuola: dove il divario si nasconde
Quando i punteggi negli apprendimenti si avvicinano, la disuguaglianza si sposta altrove: nelle scelte. A parità di voti e di competenze, gli studenti di origine immigrata si iscrivono ai licei meno spesso dei coetanei nativi e si orientano verso istituti tecnici e professionali. L'analisi di Dalit Contini e colleghi nel Rapporto sulla popolazione 2025, sintetizzata su Neodemos, mostra che parte di questo scarto sopravvive anche dopo aver tenuto conto dei risultati precedenti e del contesto socio-economico.
È un divario silenzioso, perché non appare in una pagella ma in una decisione presa a tredici anni. Pesano fattori reali — vincoli economici, reti familiari, autocensura ("il liceo non è per noi") — più che il merito. All'università, nel 2019, l'iscrizione dei figli di immigrati restava circa sette punti percentuali sotto quella dei nativi. Per te genitore, qualunque sia l'origine della tua famiglia, il messaggio è chiaro: l'orientamento alla terza media è un momento in cui le aspettative degli adulti contano quanto i numeri, e va affrontato guardando il potenziale del ragazzo, non l'etichetta.
Limiti dei dati (e cosa significano per te)
Va detto con onestà: questi numeri vanno maneggiati con cura. La categoria statistica si basa sulla cittadinanza, non sulla competenza linguistica né sul background reale, quindi mette nello stesso gruppo un ragazzo arrivato la settimana scorsa e uno nato qui che parla solo italiano. I confronti grezzi tra "stranieri" e "italiani" sovrastimano i divari, perché non distinguono la generazione né il contesto socio-economico, che è il vero motore di molte disuguaglianze scolastiche — vale per le famiglie italiane svantaggiate esattamente come per quelle immigrate.
Le ricerche più rigorose lo confermano: una buona parte dei divari si attenua o sparisce quando si tiene conto del livello socio-economico e dei risultati pregressi. Questo non significa negare il problema, ma collocarlo: il background migratorio è raramente la causa diretta: spesso è un indicatore correlato a svantaggio economico e distanza linguistica. La conseguenza pratica è incoraggiante: ciò che è economico e linguistico è anche modificabile, con il sostegno giusto. Non stiamo parlando di destini segnati, ma di gradini che si possono colmare.
Cosa puoi fare, qualunque sia la tua famiglia
Dai dati emergono alcune indicazioni concrete. Primo: se in casa avete una storia migratoria, valorizza il plurilinguismo come risorsa, non come ostacolo — il vantaggio in inglese degli studenti bilingui lo dimostra. Secondo: tieni d'occhio la lingua dello studio, non solo quella della conversazione: un ragazzo può chiacchierare benissimo in italiano e arrancare sul lessico astratto di storia o scienze, ed è lì che serve lavorare.
Terzo, e vale per ogni famiglia: l'orientamento è il punto in cui i divari si decidono, quindi affrontalo guardando le capacità reali di tuo figlio. Imparare a riflettere su come si studia aiuta tutti gli studenti a recuperare il terreno linguistico, come spieghiamo nell'articolo sulla metacognizione e su come insegnare ai figli a riflettere sul proprio metodo. E se la scuola attiva misure di supporto linguistico, ricorda che possono passare anche da un Piano Didattico Personalizzato: abbiamo spiegato cosa può chiedere un genitore nel pezzo sul PDP senza diagnosi e i BES a scuola, uno strumento che la normativa prevede anche per gli alunni di recente immigrazione.
Domande frequenti
"Alunno straniero" significa nato all'estero?
No. La statistica classifica come "con cittadinanza non italiana" chi non ha la cittadinanza, a prescindere dal luogo di nascita. Per questo il 65,2% di questi studenti è in realtà nato in Italia: sono le cosiddette seconde generazioni, cresciute e scolarizzate interamente nel nostro Paese.
Gli studenti con background migratorio abbassano il livello della classe?
I dati non lo confermano. In inglese superano i nativi, in matematica recuperano il divario lungo il percorso, e in italiano lo scarto è linguistico e si riduce nel tempo. Il ritardo scolastico riflette la distanza iniziale dalla lingua dell'istruzione, non un minore potenziale di apprendimento.
Perché tanti scelgono istituti tecnici invece del liceo?
Perché, a parità di voti, pesano vincoli economici, reti familiari e aspettative più basse, non il merito. È un divario che si forma nella scelta a tredici anni e che si può ridurre con un orientamento che guardi al potenziale reale del ragazzo invece che alla sua origine.
I numeri della scuola italiana raccontano una popolazione che cambia e che, generazione dopo generazione, riduce i propri divari. Capire questi dati ti aiuta a guardare la classe di tuo figlio per quella che è — diversa, complessa e piena di potenziale — e a sostenere ogni studente, incluso il tuo, con lo strumento giusto al momento giusto.
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Fonti: Fondazione ISMU su dati MIM, comunicato 11/9/2025; Ministero dell'Istruzione e del Merito, "Gli alunni con cittadinanza non italiana"; Save the Children, monitoraggio disuguaglianze a scuola; INVALSIopen, risultati prove INVALSI alunni stranieri; D. Contini et al., "Rapporto sulla popolazione 2025" (sintesi su Neodemos); Treccani, voce "Seconde generazioni".